Fondo libretti - Conservatorio di musica di Padova

Fedra

GABRIELE D'ANNUNZIO/ FEDRA/ TRAGEDIA IN TRE ATTI/ PER LA MUSICA DI/ ILDEBRANDO PIZZETTI/ MILANO/ CASA MUSICAL SONZOGNO/ (Società Anonima)/ 12 - VIA PASQUIROLO - 12/ Stampato in Italia Printed in Italy

Type
Opera  
Carte
50  
Struttura Frontespizio
Copertina rigida grigia con illustrazione  
Dimensioni
13 x 18 cm  
Tipografo
Tipografia della Casa Musicale Sonzogno  
Editore
Casa Musicale Sonzogno  
Stampa
Milano, 1934  
Segnatura
LIBRETTI / BUSTA 57/ 18  
Libretto
D'Annunzio Gabriele  
Musica
Pizzetti Ildebrando  
Atti
3  
Personaggi Interpreti
FEDRA: Soprano; IPPOLITO: Tenore; TESEO: Baritono; ETRA: Mezzo-Soprano; L'AURIGA EURITO D'ILACO: Baritono; LA NUTRICE GORGO: Contralto; LA SCHIAVA TEBANA: Soprano; IL PIRATA FENICIO: Basso; UN EFEBO: Contralto; LE SETTE SUPPLICI: 4 Soprani e 3 Contralti; Le fanti  
Luogo
Trezene  
Mutamento Scene
I: Trezene è il luogo, "vestibolo della terra di Pelope". E appare, nel palagio di Pitteo, il grande e nudo lineamento di un atrio che gli occhi non abbracciano intero, sembrando il vano e la pietra spaziare più oltre da ogni parte, con sublimi colonne, con profonde muraglie, con larghi aditi aperti fra le alte ante. Per ognuno degli aditi non si scorge se non l'ignota ombra interna; ma l'ardente luce occidua e il soffio salmastro entrano per alcun altro che guarda la pianura febea di Limna, il porto sinuoso di Celènderi, la faccia raggiante del Mare Sarònico e la cerula Calàuria sacra all'ippico Re Poseidone. Rami d'ulivo in liste di candida lana son deposti su l'altare dedicato all'Erceo proteggitore delle sedi; innanzi a cui s'apre la fossa circolare dei sacrifizii. Accolte son quivi le Madri dei sette Eroi atterrati su le sette porte di Tebe. E poggiata al lungo scettro eburneo la vedova di Egeo, la madre veneranda di Tèseo, Etra dal sangue di Pelope, quivi è con le Supplici dalla chioma tonduta e dal bruno peplo, fra la luce e l'ombra.
II: Dipinto a liste a rosette a meandri di colore variato appare il peristilio che precede la dimora delle donne; intorno a cui per l'alto ricorre il fregio d'alabastro incrostato di quel vetro che i Fenicii colorano con la gruma cerulea generata dal rame immerso nella feccia del vino o con l'ocra azzurra di Cipro. Si scopre nel lago orientale fra due ante lo splendore del Mare Saronico per mezzo alla selva degli antichi cipressi. Un mirto sacro sorge di tra le lastre del pavimento, ornato di bende con nodi singolari; e al tronco pendono zòani, simulacri dedàlei di Afrodite tagliati nel legno; e v'è la colonnetta e v'è l'altare; e sonvi su l'altare alcuni vasi d'unguenti, due colombe d'oro, e d'oro una bene attorta serpe fatta a ornare i malleoli del piede. Quasi al limitar dell'ombra prodotta dai cipressi è un lungo giaciglio che tutto ricoprono le pardàlidi, stellati velli di pantere. Poco discosto è l'alto telaio verticale formato da due puntelli di piede aguzzo congiunti in sommo da una traversa ove infissa è una specie di cavicchie come nel giogo della lira; e, più sotto, a un'alta traversa è avvolta la parte dell'opra già fornita e vi si mostra per il largo una banda intessuta di figure d'uomini e d'animali a imagine [sic] di caccia; e ne pendono i fili innumerevoli dell'ordito tenduti dalle forate pietruzze che pesano ai capi. Seduta al telaio è la nutrice; che, a sè traendo alternamente il calamo annesso con cappii ai fili dispari dell'ordito e quello annesso ai fili pari, getta nell'intervallo con la spola il filo della trama e con la spete il tessuto rado serra. Distesa sul giaciglio è Fedra coi piedi senza sandali, consunta da male insomme, poggiata il cubito su i velli ferini e nella palma la gota smorta. Sospeso alla colonna sul suo capo è il rotondo scudo sonoro del Coribante dicteo. Sotto il portico, presso l'àdito che conduce alle sedi recondite, due fanti filano in silenzio, avendo ai piedi i canestri l'un colmo di lana bianca, l'altro di lana nera. La terza, Rodia, accosciata presso il lebete argenteo prepara coi semplici il beveraggio. La quarta e la quinta inginocchiata fanno il giuoco degli astràgali cautamente, ora gettando col bossolo i quattro ossicini, ora gettandone in alto tutti insieme cinque per riceverli poi sul dorso della mano. Compone la stesa una ghirlanda di dittamo cretico. La settima profuma la colomba diletta.
III: Appare un selvaggio anfratto nella marina di Limna; compreso tra il grande argine dell'Ippodromo e la radice della rupe trezenia sul cui vertice Fedra in opera d'amore costrusse il tempio sacro ad Afrodite Catascopia per guardar di lassù l'efebo esercitarsi agli agoni ginnici ed ippici nel duplice terreno arginato lungo il litorale. Dietro l'argine è il bosco di Artemide Saronia, tutto lentischi oleandri terebinti spineti, folta bassa opaca macchia sotto il glaucio cielo crepuscolare che l'arco del novilunio segno. In sommo dell'argine è l'altare ove fu sacrificato a Poseidone il toro bianco dal Teseide, pel divino ammonimento; e non anche le carni della vittima son consunte su la catasta, né il fuoco langue ma alto e sonoro illumina la rupe avversa, la nera fronda, gli scogli irti tra la via dei carri e il mare violaceo. È in prossimità della rupe quell'ara indicata dal domatore di Arione all'auriga, l'ara "senza nome, vetustissima, nera pel fuoco degli innumerevoli olocausti, fra cenerei impietrite". E presso v'è Eurito d'Ilaco. E poco discosto è Tèseo, seduto sopra un macigno, ravvolto anche il capo nel largo pharos, con in pugno il lungo scettro, immoto. E il cadavere dell'Amazonio giace a terra, coperto dal vello del leone. E la veneranda Etra accosciata gli regge il capo sule ginocchia. E le schiave della Pitteide sbigottite sono adunate in disparte, e guardano. E nel fondo sono due carri con i cavalli aggiogati, e gli aurighi stanno in piedi dinanzi al timone silenziosi. E i cavalcatori e i canattieri sono quivi a stuolo, silenziosi; e guardano e piangono senza singulto. E sopraggiungono gli efebi trezenii, i compagni del bellissimo, taluni recando amano per la briglia i lor cavalli. E rattenuto è il flutto del dolore innanzi alla lenta lamentazione dell'ava senza lacrime. E taluni s'appoggiano alle trecce delle criniere, altri su le doppie lance. E un di loro, nomato Procle, è alquanto pià innanzi, più presso all'esanime suo caro; e, curvo sul'asta bina, piange senza singulto. E a quando a quando i corsieri tendono i lcollo verso il cadavere; e sode [sic] il fremito delle froge, il tintinnio delle catenelle, l'urto degli zoccoli. E la faville del fuoco sacrificale svolano sul vento; e il rombo marino riempie la conca ruprestre, passando per l'orrore del bosco inviolabile.  
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